Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola, a mezzogiorno. Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare, orecchie per sentire. Ci sono cose da non fare mai,  né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra.  (Gianni Rodari)

Come dice Rodari, ci sono cose che nessun uomo, grande o piccolo che sia, dovrebbe pensare di poter fare, vedere o vivere. Una di queste è la guerra. Abbiamo deciso di parlare della guerra in corso in Libia e delle sue più drammatiche conseguenze perché quello che abbiamo appreso dalle nostre ricerche ci ha molto colpito.

 

La Libia si trova nel nord dell’Africa ed è uno dei suoi Paesi più estesi, ma, allo stesso tempo, fra i più scarsamente popolati, visto che gran parte del suo territorio è occupato dal deserto del Sahara: per questo gli abitanti si concentrano lungo la fascia costiera del Mar Mediterraneo. 

Nella storia recente del Paese un importante cambiamento politico si verificò nel 1969, quando Muammar Gheddafi prese il potere con un colpo di stato, diventando la massima autorità libica. Lo rimase fino al 2012. Nel 2011 causa del conflitto fra le sue forze e i ribelli iniziò la guerra civile. Gheddafi venne ucciso nell’ottobre dello stesso anno. Ma i problemi non finirono con la sua morte e, dopo le elezioni libere del 2012, si creò una situazione di caos tale che si arrivò ad una seconda guerra civile, protrattasi fino ai giorni nostri. A causa di questo conflitto, dato l’aggravamento delle condizioni degli abitanti, dei rifugiati intrappolati nel paese e dei migranti, nel 2019 è stato necessario l’intervento di Medici Senza Frontiere (MSF). Secondo le Nazioni Unite sarebbero più di 355.000 gli sfollati interni e quasi 50.000 i rifugiati registrati nel Paese. MSF ha compiuto numerosi interventi per contribuire a migliorare la situazione, curando moltissimi uomini, donne e bambini detenuti illegalmente dai trafficanti in prigioni clandestine o in centri gestiti dalle autorità del paese. I medici hanno curato soprattutto malattie derivate o aggravate dalle condizioni igieniche molto scarse, come scabbia, pidocchi, pulci e addirittura tubercolosi, ma si sono anche occupati della denutrizione e della salute mentale dei loro pazienti, che in Africa viene spesso trascurata.

Possiamo comprendere anche da questo quanto le condizioni all’interno di questi centri siano disumane, ma per capire meglio questa situazione, ora riporteremo delle testimonianze delle vittime di queste carceri incontrate grazie all'associazione “La Kasbah”:“Il pavimento era lurido. Dappertutto si avvertiva puzza di urina, di feci, di sudore. Odore di morte, ovunque. [...] Non sapevamo da quanti giorni fossimo in quell’inferno e nemmeno quanti ancora ne sarebbero passati. Non sapevamo dopo quanto tempo avremmo ceduto, chi di noi sarebbe stato il prossimo. Non sapevamo se il prossimo che avessero gettato nuovamente nella cella sarebbe sopravvissuto al supplizio.  Qualche ora prima, una giovane donna sdraiata dall’altra parte del pavimento aveva partorito un neonato morto. Lo aveva tenuto tra le braccia tutta la notte fino a quando gli uomini che le stavano vicino non glielo avevano tolto di dosso. Lo avevano avvolto all’interno di una maglietta lacera e lo avevano nascosto alla vista della madre, sperando che i carcerieri lo portassero via presto. Ci erano voluti tre giorni prima che lo facessero”. - detenuto anonimo

Sappiamo anche che è ricorrente la violenza sessuale e di genere, della quale abbiamo varie testimonianze:

“La porta si spalancava all’improvviso. Entravano come furie. Urlavano e ci colpivano rabbiosamente. Provavamo a  coprirci la testa, per schivare i colpi, ma  era tutto inutile. E quando si avvicinavano  a me il respiro si fermava. Pregavo perché andassero oltre, perché non si accorgessero di me. Perché sapevo che dopo le bastonate si sarebbero portati via 4 o 5 di noi donne. Quando presero le altre fui quasi sollevata, ma le loro urla frastornavano la mia testa. Ed io ero loro. E loro erano me. Questa volta ero salva, ma la prossima…la prossima?”.  - detenuta anonima

Un’altra ancora racconta: "Noi donne venivamo picchiate violentate ogni giorno e solo dopo la violenza ci davano da mangiare".  -Precious, 28 anni

“ Mi davano da mangiare un pugno di riso ogni giorno, me lo versavano sulle mani. Vendevano il mio corpo agli uomini arabi e io non potevo sottrarmi. Quando ho provato a farlo sono stata brutalmente picchiata e violentata” -Blessing, 24 anni

Anche un ragazzo ci conferma che: “Le donne venivano picchiate e violentate, i ragazzi tenuti in prigione e venduti come servi alle famiglie libiche.” -Frencis, 20 anni

Queste sono le tristi storie raccolte dalle associazioni Borderline Sicilia e Oxfam, secondo le quali, ancora oggi, migliaia di persone sono intrappolate in questi centri di detenzione, dove ogni giorno sono sottoposte a torture e violenze. Queste persone non potranno mai dimenticare, perché come scriveva Jean Amery più di 70 anni fa “Chi è stato torturato rimane torturato. Chi ha subìto su di sé l’umiliazione della tortura, non potrà mai più ambientarsi nel mondo”.

Nel caso in cui vi stiate chiedendo se la situazione sia migliorata nell’ultimo periodo, la risposta è purtroppo negativa. Infatti abbiamo già detto che sono ancora migliaia le persone prigioniere nelle carceri, dove i principali diritti umani vengono violati. Inoltre, secondo l’Intersos in Libia quasi 1 milione di persone, tra cui centinaia di bambini, hanno bisogno di assistenza umanitaria a causa della persistente instabilità politica, del conflitto e dell’insicurezza. Questa cifra comprende persone con vite e storie anche molto diverse fra loro: ci sono sfollati interni, rimpatriati, cittadini libici, rifugiati e anche migranti.

Scrivendo questo articolo ci siamo immedesimate nelle persone che vivono ancora oggi queste situazioni sulla loro pelle e non possono fare nulla per evitarlo. Ci siamo rese conto di quanto possa essere difficile avere la forza di vivere nelle loro condizioni dato che i diritti umani vengono violati ogni giorno. Leggendo le testimonianze di alcune di queste persone ci siamo impressionate per come siano sottoposte a violenze, non solo fisiche ma anche psicologiche. Trovare una soluzione è complicato, ma bisognerebbe pensare a un modo per restituire a queste persone una vita degna d'essere chiamata tale.  Come diceva il Presidente Kennedy “Dobbiamo mettere fine alla guerra o la guerra metterà fine all’umanità”, sempre tenendo presente che “la pace è molto più dell’assenza di guerra” - Khol.

Di Alessia Cugini, Denise Feliciani, Martina Righi, Giulia Pierannunzi e Claudia Savoldelli, classe 2R (liceo linguistico) istituto ISIS Romero (BG) 

Fonti: Medici senza frontiere; InsideOver; Wikipedia; Dossier Libia (lasciatecientrare); Oxfam; Intersos; Internazionale.