Spesso mi capita di informarmi su notizie che oggi sono all’ordine del giorno. 

I telegiornali, le trasmissioni TV, i giornalisti della carta stampata parlano spesso di problemi  che ormai sono internazionali.  Quelli più noti sono gli attentati, la guerra, i problemi economici che sono, nella maggior parte dei casi, dei problemi che si trovano all’interno di Stati che sono economicamente  poveri oppure in guerra. Le popolazioni scappano per questi molteplici motivi, e i paesi più sviluppati vengono affollati da tutta questa gente in cerca di aiuto. Tra tutte queste notizie una in particolare mi ha colpito, ed è il pericoloso viaggio di un bambino di solo sette anni dalla Siria all’Europa.

Prima che nel 2011 iniziasse la guerra civile, la Siria era uno dei paesi più fiorenti del Medio Oriente, ed era abitata da 23 milioni di persone. Da allora poco meno della metà della popolazione è stata costretta a lasciare la propria casa a causa delle violenze provocate dalla guerra: 6,3 milioni di siriani sono scappati in un’altra zona del paese e oltre 4 milioni sono fuggiti all’estero: fra questi c’era anche Amir, che è stato costretto a scappare verso l’Europa. Amir aveva soltanto 7 anni quando ha dovuto andarsene, invece sua sorella Amina 12.

Ad Aleppo,  è iniziato il suo lungo e faticoso viaggio della speranza: la sua famiglia ha dovuto cominciare vendendo la propria casa per una cifra molto più bassa del suo valore reale. I genitori hanno scelto di arrivare illegalmente in Egitto ma anche là il lavoro scarseggia. Il padre di Amir poi ha conosciuto un trafficante; sapeva che era molto rischioso fidarsi di lui ma alla fine ha deciso di pagarlo per farsi portare in Libia, un viaggio pieno di pericoli.

Dopo diverse ed estenuanti tappe la famiglia ha raggiunto Zuwara, da dove partiva la maggior parte dei barconi diretti in Europa. Dopo una notte quasi insonne, un altro trafficante ha accompagnato Amir e la sua famiglia all’imbarcazione che finalmente avrebbe dovuto portarli in Italia. Era una carretta di 20 metri, dove avrebbero viaggiato pigiati tra altre 20 persone. Durante la navigazione all’improvviso un’altra barca li ha affiancati ed ha  iniziato a sparare: altri trafficanti che pretendevano soldi. Alcuni passeggeri presi dal panico si sono gettati  in mare; il padre di Amir ha deciso con sangue freddo di rimanere a bordo. Dopo la transazione tra trafficanti il viaggio è ripartito. Una volta che l’imbarcazione ha raggiunto le acque internazionali, lo scafo ha ceduto, probabilmente danneggiato durante la sparatoria. L’imbarcazione si è infine ribaltata.

Fortunatamente c’erano i salvagente gonfiabili. Amir e la sua famiglia vi si sono aggrappati sperando di poter sopravvivere qualche ora nelle fredde acque del mare. Già diversi cadaveri  galleggiavano intorno a loro.

Amir si è stretto alla sorella e ai genitori per restare al caldo e ha continuato a nuotare. Poi, un’imbarcazione italiana è spuntata fuori dal buio. I naufraghi hanno gridato con le ultime forze rimaste per attirare l’attenzione.

L’equipaggio li ha avvistati e li ha portati in Italia. Amir è finalmente arrivato in Europa.

di Pietro Camarata, classe 3A, a.s. 17/18, Scuola Media statale di via Vivaio Milano

foto: MSF